
«La salvezza sta nella scrittura.»
Un'altra Pasqua è trascorsa e nuovi glicini penzolano giù dai balconi. Riapro la finestra, a poco a poco, per bisbigliarvi ancora qualcosa, ma piano, che il mio amore non si svegli.
Sinceri auguri a tutti per una Pasqua all'insegna della pace!
Da qui, affacciata alla balaustra impossibile sulle calli brulicanti, da qui vorrei lanciare il mio aquilone e annodargli i miei cirri uggiosi, ormai putridi e stanchi. Che vadano, risucchiati dalle correnti del Bell’Occidente. Ma su questa terrazza screziata di ombre, fra il sussultare dei tendoni al vento del carnevale, non trovo fili, né carta, né voglia di volo.
Mordo un raggio di sole azzimo, croccante di semi d’anice, ma la nebbia mi viene incontro, invade la calle in turbolenze opache. Un rabbino chiama l’amico, affacciati Shamuel! Un tuffo veloce degli occhi dentro il varco buio della sinagoga: brilla qualcosa in fondo, ma non voglio lasciar appeso là il mio sguardo, sia mai che si impigliasse in garbugli di cabale: la polvere dei golem mi fa starnutire.
Buon Natale di Gioia, Calore ed Affetto a tutti voi!
ALMANACCO VERONESE (Ago, è per te)
Santa Lucia ha soffiato via il grigiume dal cielo della città. Sole pieno e generoso. I prati bianchi di ghiaccio rilasciano pian piano i loro cristalli. Nell’aria odor di legni freddi e remoti incendi contadini. Qualche sparuto cocàl balugina su dal canale con le sue ali di neve e va a posarsi sugli scheletri bruni del boschetto. I cipressi del cimitero interrompono le loro nenie funebri, sorpresi dalla luce inaspettata e si lasciano tentare in sogni di rive, di laghi, voglia d’esser ulivo.
Nella grande piazza d’armi tossiscono i camerieri, bianchi nelle loro giacche leggere, svelti nell’approntare i tendoni verdi e poi rientrare subito dentro, nei grandi saloni tappezzati di quadri e appliques scintillanti. Le bancarelle dei dolcium, lì di fronte, han già azionato le loro pentole di rame e l’aroma degli zuccheri tostati comincia a serpeggiare, inseguendo i pochi passanti intabarrati.
La mendicante gobba esercita il suo passo storpio sulle lastre lucide del Listòn. Due liceali in ritardo le schizzano accanto, nasi e menti tuffati nelle sciarpe di panno bianco, gettando all’indietro uno strascico di vapore.
Una malinconica commessa elegantissima appoggia una mano a schermo degli occhi dalla vetrina di Louis Vuitton. Due vucumprà apparecchiano il loro emporio sul selciato sorridendo.
Dietro il capitello gotico, snello e tòrtilo come un dente di narvalo, si drizzan le gallerie dell’anfiteatro, che, curve, chiudono la piazza con fare materno, fin là, proprio dove siede intimidito il palazzo del Municipio, col frontone greco che un po’ si vergogna di essere solo un’imitazione.
Là dentro il sindaco solleverà di certo per un attimo la testa dalle sue carte e guarderà sereno la marziale facciata del palazzo d’armi perché proprio là, in quelle alte sale fredde e serie, là oggi sorridono gli angeli di Andrea.
#18
L’armonia del chiostro sereno accolse Gloria con il suo gentile silenzio. La processione delle colonnine rosse, a due a due come scolarette in gita, le veniva incontro in prospettiva e la invitava a proseguire lungo il lato del quadrilatero un po’ imperfetto. Alle pareti qualche traccia di affresco, dilavata dai secoli - e per fortuna - pensò Gloria, che intuì un tremendo Giorno del Giudizio tutto fuoco fiamme e diavolacci sulla parete scrostata. Qualche semplice lapide altomedioevale, qualche pomposo monumento funebre di nobili barocchi, lasciato bonariamente impolverare dalla modestia dei frati. Una piccola porta di legno e ferro consunto, un’altra lapide ed arche. Arche sospese, arche di marmo rosso, arche di marmo bianco, arche rivestite di trifogli ricci, arche lisce come scatole offese e sigillate. Abati e signori, tutti sospesi a mezz’aria, quasi volessero essere sì morti e sepolti, ma insomma, avere ancora qualcosa da vedere, da sbirciare, farsi un po’ notare ma non troppo, magari bisbigliare qualche raccomandazione all’altezza dell’orecchio dei frati in passeggiata. Che si sa, un consiglio dall’Aldilà è sempre cosa buona.
Gloria si sedette fra due coppie di colonnine vergate di segni geometrici. Da lì i suoi piedi non toccavano terra, come quando era bambina e veniva nel chiostro col papà e lui le raccontava del Santo, dei frati e dei signori antichi che venivano in chiesa a cavallo, dopo aver lasciato le armi fuori dal portale dei leoni. Cavalieri nella navata, sulle spalle i pesanti mantelli di lana scura, e le fiere schiene dritte sulle selle di legno. Gloria allora rivide lui, il suo cavaliere, che le spalle le aveva forti, ma che chinava sempre il. capo avanti, verso di lei e le armi le aveva lasciate chissà dove, fuori chissà quale portone.
Quando non ci sarai, quando sarai lontano, allora quello che non è stato e che non potrà mai essere, allora sarà dentro il mio cuore e il mio sorriso. Allora sideremo assieme sulla collina e ci sdraieremo uno accanto all’altra come fratelli a guardar le nubi sciogliersi e rifiorire.